Storia di un rito nato nelle osterie del Veneto e diventato simbolo del mondo
Ci sono bevande che seguono le mode.
E poi ci sono bevande che diventano linguaggio collettivo.
Lo Spritz appartiene a questa seconda categoria. Non è semplicemente un cocktail: è un rito sociale, un codice culturale, un modo di stare insieme nato nelle osterie del Veneto e arrivato fino ai rooftop di New York, ai bistrot di Londra e alle spiagge australiane.
Ma prima dei calici eleganti, delle fette d’arancia perfette e delle fotografie da aperitivo, c’erano i veci, le biciclette, le osterie fumose e le ombre di vino allungate con un po’ d’acqua.
A raccontarlo è Roberto Pellegrini, bartender di fama internazionale con profonde radici veneziane.
“Non chiedetemi quando è iniziata la storia dello Spritz, non lo so e non lo sa nessuno perché una data non c’è. Posso però dire che le sue origini sono fatte di tanti volti, tante voci e tanti bei ricordi.”
Ed è proprio così che nasce lo Spritz: non da un’invenzione precisa, ma da una lenta trasformazione della quotidianità.
Dove nasce davvero lo Spritz?
Secondo Pellegrini, la patria autentica dello Spritz è il triangolo formato da:
Venezia
Padova
Treviso
Un territorio fatto di:
osterie,
campi,
fabbriche,
calli,
piazze,
fatica quotidiana,
e convivialità.
Niente cocktail list.
Niente bartender in giacca impeccabile.
Solo banconi consumati dal tempo, goto de vin e compagnie rumorose.
I veci e il pellegrinaggio delle osterie
La giornata dei veci iniziava lentamente.
Colazione.
Due parole con la moglie.
Poi la bicicletta.
E via verso l’osteria più vicina.
“Solo un’ombra”, promettevano.
Ma nessuno ci credeva davvero.
Da un’osteria all’altra, il rito si ripeteva:
un bicchiere;
una chiacchiera;
un ricordo;
un cicchetto;
un altro bicchiere.
Ogni oste aveva la sua personalità:
il burbero;
il simpatico;
il furbo che allungava il vino;
il temerario che riempiva il goto fino all’orlo.
Era una geografia umana prima ancora che gastronomica.
I cicchetti: il carburante della socialità veneta
Sul bancone non mancavano mai i cicchetti:
carciofini;
acciughe;
polpette;
mezze uova sode con la cipollina;
piccoli assaggi infilzati con uno stecchino.
L’oste li passava agli avventori quasi fosse un rito silenzioso.
Mangiare e bere non erano gesti separati: erano parte dello stesso racconto collettivo.
Il problema più grande? Tornare a casa 
Il vero ostacolo arrivava all’ora di pranzo.
Le mogli non avevano bisogno di domande. Bastava l’alito.
E puntualmente partiva il verdetto:
“Imbriagon!!!”
Fu allora che qualcuno ebbe un’intuizione geniale.
Forse un oste.
Forse un vecio particolarmente creativo.
Aggiunse una scorza di limone nell’ombra di vino.
Non cambiava molto, ma dava l’illusione di poter ingannare il naso investigativo della moglie.
Poi arrivò anche un goccio d’acqua.
Nasce così, quasi senza accorgersene, il primo embrione dello Spritz.
Una rivoluzione nata per bere meno… bevendo di più
L’idea era semplice:
allungare il vino;
renderlo più leggero;
stare più tempo insieme.
Nessuno immaginava che quel gesto avrebbe creato uno dei rituali più famosi del mondo.
Eppure, nel giro di pochi decenni, lo Spritz sarebbe diventato il simbolo stesso dell’aperitivo italiano.
Dall’osteria al rito sociale moderno
Nel tempo cambia tutto.
Cambia il bicchiere
Il vecchio goto lascia spazio ai calici eleganti.
Cambia il vino
Arrivano le bollicine e il Prosecco.
Cambia il pubblico
Lo Spritz smette di essere un rito esclusivamente maschile.
A partire dagli anni Settanta e Ottanta entrano in scena le donne.
E, secondo Pellegrini, cambia completamente il modo di bere.
“Furono le donne a insegnare agli uomini a bere meglio, a rallentare, a restare presenti.”
Lo Spritz diventa:
più conviviale;
più raffinato;
più lento;
più relazionale.
Non più solo consumo.
Ma esperienza condivisa.
Le domeniche mattina e il tramezzino “alla mestrina”
C’è un’immagine che racconta perfettamente quell’epoca.
La domenica mattina:
il papà o il nonno con il bicchiere di Spritz;
i bambini con la spuma;
il tramezzino “fatto alla maniera di Mestre”.
E poi il momento più atteso: pescare l’oliva dal bicchiere degli adulti.
Un piccolo gesto quasi iniziatico.
Per qualche secondo in bocca restava il sapore dello Spritz.
E ci si sentiva grandi.
Quando lo Spritz diventa arancione
A un certo punto il vino cambia colore.
Non più bianco o rosso.
Arancione.
Un arancione acceso, quasi da tramonto veneziano.
È qui che nasce davvero lo Spritz contemporaneo.
I turisti iniziano a notarlo ovunque nei bar di Venezia.
Chiedono:
“What is that orange drink?”
E qualcuno inizia a spiegare:
Prosecco;
bitter;
soda.
Tre ingredienti.
Pochi secondi.
Un’identità inconfondibile.
La Regola del Tre
Per Roberto Pellegrini il segreto dello Spritz è racchiuso in una formula semplicissima:
La Regola del Tre
Tre città
Venezia, Padova, Treviso.
Tre ingredienti
Prosecco, bitter, soda.
Tre motivi del successo
colore;
velocità;
compagnia.
Una ricetta culturale prima ancora che alcolica.
La conquista del mondo 
Da quel momento il viaggio è inevitabile.
Lo Spritz attraversa:
confini;
lingue;
continenti.
Arriva:
nei cocktail bar di Londra;
sulle terrazze di New York;
nei locali australiani;
nei beach club mediterranei.
Ma ovunque porti sempre con sé la stessa idea:
fermarsi un momento e stare insieme.
La ricetta ufficiale IBA dello Spritz
Oggi lo Spritz è riconosciuto ufficialmente dalla International Bartenders Association.
Ingredienti ufficiali
9 cl di Prosecco D.O.C.
6 cl di Aperol
Splash di soda o acqua frizzante
Ghiaccio
Fettina d’arancia
Preparazione perfetta
Riempire un calice da vino con abbondante ghiaccio.
Versare il Prosecco.
Aggiungere l’Aperol.
Completare con un tocco di soda.
Mescolare delicatamente dal basso verso l’alto.
Guarnire con una fetta d’arancia.
Le varianti storiche
Anche se la versione ufficiale prevede l’Aperol, nel Veneto esistono molte anime dello Spritz.
Può essere preparato con:
Campari;
Select;
Cynar.
Ogni variante cambia carattere:
più erbaceo,
più amaro,
più intenso,
più veneziano.
Il segreto dello Spritz
Forse il motivo per cui lo Spritz ha conquistato il mondo non è il gusto.
È il tempo che crea.
Lo Spritz obbliga a rallentare.
A stare in piedi attorno a un tavolino.
A parlare.
A guardarsi negli occhi.
E in fondo, come ricorda Roberto Pellegrini, è sempre stato questo il suo vero scopo:
non diventare famoso.
Ma facilitare lo stare insieme.